Guido Dorso e le questione meridionale

L’ approccio di Dorso non si sottraeva certo, sul piano politico, ai condizionamentidi queste spinte autonomistiche ed al Congresso di Cosenza, proprio in questa ottica egli si schiero’ con la sinistra lussiana, immune da ogni tentativo socialista, vicino anzi a La Malfa e Rossi Doria, aveva scelto l’ alleanza con Lussu in modo del tuttostrumentale, rimuovendo l’ immagine del Lussu socialista e rivoluzionario, attento invece alle autonomie ed al governo dal basso, ritenendo di poter impegnare in questo rapporto personale tutto il PdA in un rigoroso impegno meridionalistico. Il suo autonomismo era pero’ solo il punto di partenza per un discorso teorico piu’ approfondito, al cui interno la stessa questione meridionale ampliava i suoi orizzonti, trovando una compiuta collocazione in una ricostruzione complessiva dell’ intera storia italiana. Dall’ enfasi in cui aveva sottolineato l’ esperienza del partito Sardo D’ Azone nel primo dopoguerra, valorizzando l’ autonomismo come l’ iniziativa spontanea delle masse in lotta, si sviluppava un’ analisi complessa articolata su tre livelli strettamente contigui. Il primo lo portava a valorizzare il decentramento amministrativo, associando al binomio autonomie/liberismo le premesse sia per la rottura dell’ occupazione del potere statale delle industrie del nord. sia del privilegio doganale entrambe condizioni indispensabili per uno sviluppo autonomo dell’ economia del mezzogiorno. Gli altri due si soffermavano invece su di un tema ricorrente del pensiero dorsiano, stabilendo cioe’ un nesso molto stretto tra lotta contro l’ accentramento statale e meccanismi istituzionali di selezione e di formazione di una nuova classe dirigente. Si arrivava cosi’ ad un terzo livello propositivo, che finiva per l’ attribuire a questa classe politica, forgiatasi in periferia, un ruolo prioritario nell’ impegno antitrasformistico, il trasformismo era visto da lui come una tara genetica del sistema politico italiano, un ostacolo che paralizzando la lotta ideologica, ne aveva soffocato una funzione necessaria propria del continuo ricanbio della classe politica. è proprio nella lotta ideologica e politica, egli scriveva, che c’è il rimedio contro la degenerazione trasformistica. Il trasformismo annullava tutte le valenze positive del conflitto e contemporaneamente scriveva ancora Dorso, corrode il meccanismo proprio nel suo punto piu’ vitale, svuotandolo di contenuto e creando un sistema di selezione a rovescio, che induce il popolo, soprattutto i non militanti, non gia’ a scegliere, ma ad aborrire la politica come cosa impura, dalla quale bisogna tenersi lontano, rinunziando perfino al diritto di voto. La democrazia fondata sul conflitto è definita quindi dalla possibilita’ data ad ogni cittadino di scegliere nella massima trasparenza tra opzioni nitidamente contrapposte. Per battere il trasformismo bisogna dunque coglierlo nelle fasi di passaggio e di discontinuita’, quando il sistema di scorririmento del sistema politico si fa piu’ rapida e le pratiche invisibili della democrazia. L ‘ aspetto visibile della democrazia, quello fisiologico, è il luogo dove si fronteggiano e si intrecciano le tendenze centrifughe che percorrono il sistema politico, quello invisibile è segnato da una tendenza centripeta, rappresenta la patologia di un sistema in cui tra maggioranza ed opposizione la linea di demarcazione tende a sbiadire del tutto. Liberismo economico, decentramento istituzionale, ma soprattutto la sconfitta del trasformismo erano le coordinate che si poteva cogliere quella che Dorso definiva l’ occasione storica, l’ occasione relativa ad una duplice rottura, la prima relativa al sistema politico ed all’ apparato dello stato, la seconda che attiene direttamente all’ identita’ nazionale e su cui quel sistema si è modellato. A coniare quell’ espressione, lo spinse una sorta di slancio visionario, la consapevolezza di vivere un attimo irripetibile, uno di quegli attimi in cui tutto sembra possibile, perchè nulla è ancora accaduto e tutto puo’ ancora accadere. Su questi risvolti soggettivi si innestarono, dei dati empirici molto robusti. L a crisi italiana legata all’ esito disastroso della Seconda guerra mondiale, aveva determinato lo sfacelo politico, sociale ed istituzionale del vecchio stato unitario e sembrava in grado di travolgerne anche i vizi di origine. Per molti , i giorni seguiti all’ 8 settembre 1943 furono quelli della paura e dello sgomento, per Dorso erano invece una formidabile opportunita’ legata al crollo del vecchio Stato, tante volte maledetto e disprezzato, lo Stato burocratico-fiscale, accentratore che difendeva con tariffe doganali la maggior parte dei cosiddetti industriali del Nord. Nessun rimpianto , quindi, ma un congedo freddo e distaccato con la constatazione che il ciclo dello Stato storico italiano è compiuto,cfioe’ il ciclo di quello Stato che sorto con lo statuto albertino, attraverso lo pseudoliberalismo e la pseudodemocrazia ha finito col dichiarare bancarotta col fascismo. Per Dorso allora, le opportunita’ per il Sud erano legate essenzialmente al fatto che senza lo stato accentratore il Nord non puo’ sviluppare una politica di protezionismo doganale e di autarchia ed è quindi costretto ad accettare tutto il mercato italiano ed anche nel Mezzogiorno, la concorrenza europea equilibratrice dei prezzi. Una lettura economicistica dunque, che si coniugava pero’ con un autonomismo saldamente radicato nelle ragioni della politica. L a rottura del centralismo statuale indicava finalmente nell’ autogoverno. l’ ambito di formazione di una nuova elite, capace di rinnovare la classe dirigente e superare in una sintesi dinamica le radici profonde del conflitto sociale. Il processo di formazione da lui delineato per la classe politica e , al suo interno, per la classe dirigente non aveva niente di misterioso, egli indicava con sicurezza ambiti istituzionalile autonomie ed il decentramento amministativo. L a fine della subalternita’ della borghesia umanistica alla borghesia terriera, la sua saldatura, sulle rovine del blocco agrario, con i ceti di piccola borghesia imprenditoriale e con i contadini, richiedeva ora 100 uomini di ferro, non piu’ soltanto abnegazione, cultura, impegno, rigore morale. Quando io potro’ venire a parlare, aveva detto a Bari, non a 500 delegati di emanazione contadina, in quel momento avra’ veramente inizio la risoluzione del problema. I 100 uomini di ferro dovevano essere 100 organizzatori preparati, i militanti di un partito davanti ai quali stava il compito grandioso e affascinante di organizzare i contadini e le popolazioni meridionali. Questa sua stagione di ottimistici entusiasmi fu brevissima e coincise in pratica con la permanenza all’ interno di PdA. Dei punti programmatici dell’ azionismo egli apprezzava ovviamente quelli che si riferivano all’ autonomismo, alla volonta’ di rottura con tutti i gruppi che avevano favorito l’ avvento del fascismo, l’ intransigenza atimonarchica. M a soprattutto il PdA gli sembrava l’ unico partito organizzato su scala nazionale che proprio per l’ elasticita’ delle sue strutture organizzative, la mancata centralizzazione della linea politica, il pluralismo interno, la vivacita’ del dibattito tra i suoi militanti, era in grado di garantirgli una piu’ ampia liberta’ di manovra nella condotta della propria autonoma battaglia meridionalista. Con queste premesse inizio’ una sua carriera di militante azionista che lo porto’ prima alla direzione de l’ Azione, poi nell’ esecutivo nazionale varato dopo l’ unificazione dei due tronconi del partito. Ma una volta inserito dentro il PdA, tutti quei pregi di profonda democrazia interna che lo avevano sedotto in precedenza , finirono progressivamente per rivelarsi limiti insormontabili per l’ efficacia e l’ organicita’ di un intervento politico, il partito ” nuovo” del mezzogiorno aveva riprodotto nel suo processo d’ impianto gran parte delle vecchie tare trasformistiche e clientelari. I suoi quadri lungi dal diventare organizzatori contadini, restavano confinati nelle fila di una borghesia professionale prevalentemente cittadina, sradicata dall’ ambiente rurale, ai margini del movimento di lotta, le prime occupazioni di terre ( Montalbano Jonico) , le insurrezioni popolari spontanee erano viste dall’ esterno con forti preoccupazioni legalitarie per la loro legittimita’ o per l’ applicabilita’ dei metodi violenti spesso semplicisticamente ridotti a fatti di delinquenza locale. Con la riunificazione del territorio nazionale dopo la liberazione, gli sembro’ ancora una volta che interessi padronali ed interessi operai stessero per saldarsi ai danni per il Mezzogiono. Fu allora che comincio’ a prendere le distanze da Ugo La Malfa accusandolo di volere rivalutare il prefascismo,di ricongiungere il presente al passato remoto, ad estraniarsi dalle impazienze di Lussu, ad avvilire la sua presenza nel partito ad una serie di dissidi personali, di appelli alla direzione centrale per fronteggiare corruzione e carrierismo, di riconciliazioni brevissime. La chiusura , alla fine del 1945 per motivi economici de “L’ Azione” fu il pretesto per una rottura definitiva. Restando al Mezzogiono c’è solo da osservare che , nella crisi italiana 1943-1945, i meccanismi di selezione della classe politica passarono sostanzialmente inalterati, i dati riportati da Alosco la continuita’ tra uomini e strutture del prefascismo al postfascismo sono impressionanti. No i partiti non avevano innovato, procurato rotture, anzi erano stati i protagonisti diretti della continuita’. C’ è un ultimo tasssello dell’ analisi dorsiana che vale la pena sottolineare vale a dire il dilatarsi della pratica trasformista ogni volta che risultava dilatata la sfera dell’ intervento pubblico. A cosa serve si chiedeva nel 1945 la politica dei lavori pubblici in Italia se non a creare una fonte di corruzione politica e a rinsaldare il traballante domonio dei trasformisti meridionali, senza riuscire a produrre quei rimedi finanziari atti a modificare come che sia la struttura economica e sociale delle regioni del Sud ?Non è forse vero che tutte le leggi speciali hanno lasciato, in massima parte, il tempo che hanno trovato, peggiorando anzi le condizioni politiche e morali delle regioni che sono state beneficiate, attraverso il favoritismo elettorale e la sfacciata camorra dei grandi elettori?. Il Mezzogiorno come questione nazionale fu visto come un problema che poteva essere affrontato e risolto solo nell’ ambito di un intervento statalel, che secondo i vecchi insegnamenti di Giovanni Amendola, servisse a costruire case, strade, provvedendo a tutto cio’ che occorre per l’ attivamento della vita sociale. Questa posizione si incarno’ in una figura particolare quella di Ugo La Malfa, del quale sono stati ripubblicati opportunamente alcuni scritti e discorsi proprio sul tema del Mezzogiorno. Il punto di partenza era un sostanziale pessimismo sulle capacita’ del Sud nel far da solo. Disse chi volete che trasformi e bonifichi le terre?, faccia la riforma, faccia le strade, le fognature, gli acquedotti? i privati?. Ma i privati queste cose non le fanno neppure a Milano, figuratevi se sono disposti a farlo nella zona lucana. E se l’ intervento dello Stato funzionera’ bene o male, questo dipendera’ dalla nostra coscienza sociale, dal livello della nostra classe politica. Questa frase è stata scritta nel 1953. A quel punto si erano gia’ concretizzati alcuni dei principali strumenti dell’ intervento statale nel Sud, la liberalizzazione degli scambi, decisa nel 1951, l’ istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, le lkeggi per la riforma agraria 1950. I n realta’, proprio rispetto ai meccanismi di selezione e di formazione della classe politica, su cui aveva insistito Dorso, quei provvedimenti ebberi effetti devastanti. Allo sbocco dei flussi di denaro pubblico canalizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno, nacque una nuova classe politica il cui affresco complessivo si ritrova nei mediatori, descritti da Gabriella Gribaudi. Controllano l’ erogazione del reddito una torma di uomini nuovi, affanati di posti e di ricchgezza, si sostitui’ al vecchio notabilato meridionale, le clientele e le altre forme di aggregazioni tradizionali, nelle quali i valori erano interessi, furono spazzate via a beneficio di nuovi comitati di affari in grado di trasformare gli interessi in valori. Il fatto è che del doppio binario auspicato da La Malfa, intervento statale e formazione di una efficiente classe politica solo il primo fu praticato. Fu lui stesso a riconoscerlo nel 1967, proprio commemorando Guido Dorso . che la realizzazione di istituti autonomistici abbia favorito il sorgere di una classe dirigente nuova, che il fermento della Resistenza e della lotta di Liberazione, della rimeditazione dei problemi della democrazia e della liberta’, avvenuta dopo Gobetti e Dorso, ci abbia dato una nuova e piu’ moderna classe meridionale, capace di rivivere il dramma del Mezzogiorno, cio’ non si puo’ affatto affermare. Il trasformismo, vecchia malattia della societa’ meridionale, nonostante la rivoluzione industriale, la creazione di istituti autonomistici e la presenza massiccia di partiti massa, è risorto e tornato a vivere. Tratto dal magnifico libro di Giovanni De Luna Storia del Partito D’ azione , e da me sintetizzato. A questo punto sono dobbligo delle considerazioni, primo a sessant’ anni di distanza le cose non mi sembrano cambiate di molto, oggi al fenomeno del trasformismo si aggiunge il ben peggiore fenomeno del trasversalismo dei fenomeni, colpiscono quasi la totalita’ dei partiti politici, che vi sono politici che occupano cariche elettive nelle amministrazioni pubbliche da 30 65 anni e vengono regolarmente rieletti ogni volta, sono quasi sempre gli stessi personaggi, terzo che il sottoscritto non manca di obiettivita’ quando riporta che il vecchio Partito D’azione aveva anch’ esso nel Mezzogiorno connotati clientelari, quarto che la lezione ci è sevita a non concepire nel Sud la politica in tal senso, ed a non rifare lo stesso errore, quinto che noi come NPA abbiamo copiato la strittura organizzativa del vecchio partito D’ azione, partito decentrato, organizzato su base regionale, non verticistico, aperto alla discussione interna, trattati questi temi che ho giudicato prioritari, trattero’ dei briganti Parafante , Musolino e Giuliano, come promesso al lettore che ne ha fatto richiesta. Dott Piero Ferrari segretario regionale NPA per la Calabria

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