Manlio Rossi Doria e la questione meridionale

Il Mezzogiorno. L’ agricoltura. I temi di cui per tutta la vita si occupo’ Manlio Rossi Doria sfumano nella nebulosa di un’Italia premoderna. Sembrano un relitto incastrato nei fondali della storia, un silenzioso monito. E lo stesso Rossi Doria pare un personaggio di un paese lontano, personaggio severo, eppure sorridente , ancorato ad analisi rigorose, molti dati e poche chiacchiere, teorico di qyuella che si chiamava la”politica del mestiere”. Dell’ economista che spese ogni energia per rendere piu’ ricca l’ agricoltura meridionale e per riscattare i contadini del Sud dal “muro della miseria”. Rossi Doria nasce a Roma nel 1905 ed a diciannove anni si iscrive ad agraria , presso l’ istituto superiore di Portici. Studia chimica e botanica , entomologia e microbiologia, mineralogia e geologia. Impara le pratiche colturali , apprendendo il modo di far funzionare un’ azienda agricola o zootecnica. Ancora oggi , scrivera’ a meta’ degli anni Ottanta , raccogliendo le sue memorie ( le intitolera’ prendendo a prestito una frase di Epicuro : la gioia tranquilla del ricordo) ” un prato, una siepe, un bosco mi procurano un godimento piu’ di qualsiasi altro spettacolo della natura , tanto da sentirmi simile a quell’ extraterrestre di un brevissimo racconto di Robert Louis Stevenson che , sceso sulla terra, fra tutti gli esseri incontrati preferi’ quelli dalla testa verde. A Portici vive col suo piu’ caro amico, Emilio Sereni, entra in contatto con Giorgio Amendola e si iscrive al P.C.I. Nel 30 è arrestato dalla polizia fascista e condannato a quindici anni, ma torna libero grazie all’ amnistia del 35. Gia’ allora il dissenzo col partito è marcato e la rottura avviene nel 39. L’anno successivo viene spedito al confino in Basilicata, da dove prende parte alle discussioni che portano Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli a scrivere il Manifesto di Ventotene. Viene liberato dopo il 25 luglio del 43 e si butta nell’ attivita’ politica col Partito d’azione, partecipando alla Resistenza romana. Ma nel dicembre è ancora arrestato : insieme a Leone Ginsburg fino alla sua morte, nell’ infermeria del carcere. Mentre la guerra ancora infuria al Nord , Rossi Doria ha gia’ lo sguardo proiettato sul dopo e sulle miserie che l’ Italia trascina con sè. Non crede, a differenza di altri azionisti, che sotto le ceneri del Sud covi qualche fermento. “Ormai” , scrive in un’accorata lettera a Leo Valiani , camminavo tenendo davanti agli occhi la diversa prospettiva che la rivoluzione non ci sarebbe stata , che il vecchio avrebbe preso il sopravvento sul nuovo , che la sinistra sarebbe stata sempre sconfitta fino a quando non avesse imparato a fare i conti con la realta’ e ad acquistare le doti dei cavalli col fiato lungo. A darmi questa coscienza avevano contribuito gli eventi, gli amici, i nemici, ma il tenere i piedi per terra nel Mezzogiorno aveva contribuito piu’ di tutto”. Il Mezzogiorno, dunque, con la sua arretratezzaù, i grandi possedimenti fondiari in mano a pochi proprietari, rozzi e incapaci di migliorie , i terreni abbandonati, una natura ostile. Un Mezzogiorno di cui , a quel tempo molto si scrive, ma che pochi conoscono e viene confuso con le caricature che certo vittimismo sudista ha alimentato, o percepito come un blocco indistinto. Rossi Doria ha letto i grandi meridionalisti, ha ammirato Salvemini e Dorso , ha conosciuto Giustino Fortunato, si è legato a Umberto Zanotti Bianco , e, ancora studente a Portici, è stato accolto in un’ azienda nella Val D’Angri da uno dei piu’m intelligenti agronomi di quegli anni , Eugenio Azimonti. Il piu’ bel libro di Azimonti si intitola il Mezzogiorno agrario qual’ è. E a questo motto, solo apparentemente anodino, si ispira il tono che domina nelle pagine di Rossi Doria : l’ argomento razionale, l’ analisi dei dati, la loro verificabilita’. In Riforma agraria e azione meridionalista l’ economista invita a distinguere i tanti tipi di agricoltura che convivono nelle regioni meridionali , per ognuna delle quali prevede diagnosi e terapie diverse. Gia’ prima della guerra ha collaborato con i piu’ grandi tecnici agrari del tempo?. Arrigo Serpieri , in primo luogo. Ha imparato quanto fossero determinanti le bonifiche , la cura delle condizioni fisiche dei suoli , a partire da quelli di montagna , quanto fosse necessario fermare il dissesto idrogeologico. E quanto , sulla base di queste innovazioni , fosse possibile alleviare l’ oppressione sociale dei contadini. Di Rossi Doria esiste una transfigurazione letteraria che ne rende appieno lo stile intellettuale , condensato nell’ idea che la riflessione resta arido artificio se non si traduce in pratica concreta. è nell’ Orologio di Carlo Levi dove Manlio è riversato nel personaggio di Carmine Bianco “Stava a cavallo con un piede sulla politica pura e l’ altro sulla pura tecnica”, scrive Levi, ma questa incertezza gli chiariva le idee, gli impediva di fossilizzarsi in un’ abitudine mentale , lo conservava vivo e appassionato”. La politica, la tecnica e l’ esperienza sul campo. Rossi Doria partecipa fin dalle battute iniziali al dibattito sulla Riforma agraria. è fra i primi a chiedere che lo Stato intervenga per rompere i tradizionali assetti proprietari , consentendo che le terre fossero distribuite a chi poteva renderle produttive. è fra i primi a spendersi attivamente : dal 49 al 52 è impegnato in Calabria negli espropri , nell’ accorpamento delle particelle, discute con i contadini, con i piccoli proprietari. Ma la soluzione adottata lo soddisfa in parte. Rossi Doria si accorge che la Riforma asseconda il desiderio della DC di costituire nel Sud una base di contadini-proprietari. E inoltre la riforma ha il terribile difetto, ai suoi occhi, di proporre soluzioni uguali per realta’ diverse : piccole proprieta’ non solo in alternativa a grandi estensioni latifondiste, ma anche al posto di aziende agricole ben funzionanti. è un torto da ideologi. La stessa freschezza di ragionamento Rossi Doria riversa su un’ altro argomento spinoso : l’ emigrazione. Sfidando le opinioni diffuse è convinto che, per le regioni meridionali piu’ aride e piu’ densamente popolate , l’ emigrazione sia un bene. Secondo Enrico Pugliese, suo allievo fra i piu’ stretti, Rossi Doria legge nell’ emigrazione “lo scuotimento di un’ ordine terribile all’ apparenza eterno”. Negli anni 50 e 60 vanno via dal Sud 150.000 mila persone l’ anno. Ma molte rientrano, hanno capitali e competenze. L’ emigrazione è un’ evento doloroso spiega Rossi Doria, ma necessario. A differenza di quella transoceanica di inizio secolo, questa di questi decenni nasce da un progetto di riscatto e non solo dalla disperazione. Esbagliano i governi a lasciare che il fenomeno fluisca disordinato , senza politiche per l’ inserimento. E sbaglia la sinistra a ritenerlo l’ effetto di una rinuncia. I suoi occhi verso i contadini che partono sono umidi di commozione. Eppure l’ emigrazione resta un punto centrale nella lotta contro la miseria. “Non avrei mai creduto”, scrive nel 1965 , quando l’ emigrazione si è molto ridotta, di poter vivere tanto a lungo da vedere la fine della miseria contadina , e invece l’ ho vista. Oggi la miseria contadina-la miseria della gente che non aveva scarpe , che viveva nelle capanne o in una sola stanza, che non aveva da mangiare a sufficienza perchè secondo il vecchio detto “mangiava pane ed erba cotta”, questa miseria non esiste piu’ nelle zone interne. E questo sostanziale progresso è dovuto all’ emigrazione”. La miseria non esiste piu’ i problemi diventano altri. Nel 1962 si iscrive al Partito Socialista, con cui viene eletto senatore nel 1969 e nel 1972. Nel 1981 assume assume la Presidenza dell’ Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia. Memorabile è la lotta contro lo strapotere della Federconsorzi. Muore a Roma il 5 giugno 1988. Piero Ferrari segretario regionale del Nuovo Partito D’Azione della Calabriua e della Basilicata 

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