Pasquale Saraceno
Morbegno 14 giugno 1903-Roma 13 maggio 1991. Concludo con questo post la rassegna dei grandi meridionalisti, dedichero’ piu’ in la’ un post ad un’ uomo che col Sud e con la Calabria non c’entra nulla, ma che io considero un gigante : Ernesto Rossi. Insomma, se la storia recente ha profondamente cambiato i termini economici e tecnici della questione meridionale, la sua essenza resta quella indicata dai grandi meridionalisti del passato : quella, cioè, di una grande questione etico-politica, che riveste le stessa fondamenta morali della societa’ nazionale e dello Stato unitario. Cosi’, nella Introduzione al Rapporto 1989 sull’ econmia del Mezzogiorno, Pasqale Saraceno concludeva il ragionamento che aveva preso le mosse dalla << necessita’ di politiche dei redditi e di risanamento strutturale della finanza pubblica>> e dal fatto che a quelle politiche si opponevano piu’ o meno apertamente <<interessi di natura corporativa che apparivano tanto piu’ forti, quanto piu’ dispersi e politicamente piu’ deboli sono coloro che si riconoscono nelle finalita’ di unificazione economica e sociale del Paese>>. Risulta evidente, in queste parole, quella che fu una costante del meridionalismo di Saraceno : la ferma consapevolezza che la questione dell’ unificazione economica dell’ Italia fosse anche una questione di unificazione politica, perchè l’ obiettivo del superamento del divario tra il Nord ed il Mezzogiorno chiamava in causa la responsabilita’ dello Stato e perchè il permanere di quel divario poteva riflettersi negativamente sulla stessa unita’ nazionale, con conseguenze che a lungo andare potevano risultare esiziali anche dal punto di vista politico. La tradizione in cui si colloca Pasquale Saraceno è quella che si fonda sulla separazione tra amministrazione e potere politico e sulla difesa e valorizzazione dello Stato unitario. Cio’ puo’ apparire in contrasto, con la rivendicazione, che egli sempre sosterra’, e con grande vigore, di un’ intervento dello Stato nel Mezzogiorno che abbia un carattere straordinario. L’intervento, afferma Saraceno, poichè deve affrontare problemi che sono solamente del Mezzogiorno, non sembra che possa cllocarsi in un quadro uniforme pe tutto il Paese. E quindi l’ intervento straordinario fino a quando l’ economia italiana risultera’ composta di due sistemi, caratterizzati da modelli di sviluppo diversi, ignorare e negare questo persistente dualismo significa conformare l’ azione pubblica al sub-sistema piu’ forte, consumando cosi’ una sostanzale sopraffazione degli interessi sul sub-sistema piu’ debole>>. Tuttavia è importante rilevare che nel momento in cui si rivendica la necessita’ di un’ intervento pubblico, commisurato alla specificita’ dei problemi che si presentano nel Mezzogiorno, il discorso si allarga subito e coeretemente alla politica economica dello Stato nel suo complesso e della stessa unita’ nazionale. Si potrebbe dire che la separazione degli ordinamenti, in quanto strumento di unificazione economica e sociale del Paese, è esattamente condizione per prevenire l’ insorgenza di tentazioni e velleita’ di separatismo.<<In sostanza l’ intervento straordinario costituisce una forma di separazione in due parti dela nostra economia, separazione temporanea che, circoscritta alla sola politica di sviluppo economico, puo’ coesistere con il permanere dell’ unita’ politica, anzi esso ha come obiettivo quello di rafforzare l’ unita’. Saraceno è stato un grande statista ed un grande patriota,ma si badi bene, uno statista ed un patriota che non amava l’Italia in modo astratto e non riduceva i suoi problemi a problemi di tecnica economica, ritagliati al di fuori della storia e di una visione umanistica. Egli amava disperatamente la sua gente ed in questo setimento vivevano aspetti dversi della sua forte e poliedrica personalita’ : l’ uomo di Stato ed il maestro di scienza economica, il tecnico dell’ economia ed il difensore dell’ ambiente. La sua proposta nasceva appassionata ma rigorosa della realta’ economica del Mezzogiorno e del Paese. La sua convinzione che la base imprescindibile di uno sviluppo autonomo del Mezzogiorno fosse l’ industrializzazione non gli impedi’ di considerare con attenzione le opportunita’ connesse allo svilppo di un terziario moderno e avanzato, nonchè il rapporto di interdipendenza tra sviluppo economico ed assetto sociale e civile delle gandi aree urbane. Nella sua visione “il mercato” resta una oggettivita’ innegabile, ma per il Mezzogiorno esso non è sufficiente . è necessaria l’ azione dello Stato, che non è solo la disponibilita’ di fondi aggiuntivi e l’ adozione di procedure piu’ agili di quelle dell’ aministrazione ordinaria, ma è l’ idea di governare secondo un programma. Percio’ per Saraceno resta piu’ che mai viva la lezione di quei grandi ervitori dello Stato che nel dopoguerra formularono l’ idea stessa di uno speciale apparato pubblico non burocratico, al quale facessero capo unitariamente responsabilita’ di programmazione, progettazione e di finanziamento pluriennale degli interventi aggiuntivi intersettoriali volti allo sviluppo della societa’ meridionale, una struttura funzionale sottoposta al controllo del governo per quanto riguarda l’ indicazione degli obiettivi e la vigilanza sul loro perseguimeto, ma pienamente autonoma sul piano organizzativo, tecnico e operativo. Nel quadro di una irrinunciabile funzione di indirizzo che è propria della politica, Saraceno rivendca l’ autonomia delle tecniche economiche nella sfera che è di loro competenza. C’è una politicizzazione delle gestioni – avverte Saraceno- indotta dal fatto che al conflitto tra diversi progetti di societa’ si va sostituendo la mera concorrenza per accaparrarsi risorse pubbliche, con la conseguenza che la progettazione non è piu’ volta esclusivamente di finalita’ di reale interesse pubblico. In lui il rigre morale fa tutt0 uno con il rigore scientifico e tecnico, per cui si puo’ ben a ragione affermare che Saraceno è stato con la sua riflessione e con la sua opera, un’ esempio vivente, oggi piu’ che mai da additare alle giovani generazioni, di come debbano andare assieme economia ed etica, e non per mera giustapposizione, ma perchè una riflessione che voglia essere seria e rigorosa presuppone l’ impegno per il bene pubblico e nello stesso tempo conferisce concretezza ed incisivita’ a questo impegno. Non stupisce, quindi , il fatto che nelle Introduzioni ai Rapporti si manifesti sempre piu’ vigorosa, di anno in anno, l’ indignazione di Saraceno per la distorsione crescente cui è sottoposta la spesa pubblica nel Mezzogiorno sotto la pressione di quelle forze che sono piu’ interessate ad un ripartizione privatistica dei fondi pubblici che al loro impiego per un’ effettivo sviluppo economico del Mezzogiorno. La denuncia delle conseguenze di questa distorsione diventa sempre piu’ forte. Non solo essa è in contrasto con l’ obiettivo dello sviluppo economico del Mezzogiorno, non si stanca di ripetere Saraceno, ma soprattutto finisce per aggravarne il degrado morale e civile. Saraceno scrive che la modernizzazione è solo apparente , con essa convivono fenomeni ereditati da “un passato lazzaronesco e feudale” sopraffazione ed asservimento, commistione tra pubblico e privato, scambio di protezioni e fedelta’ personali.<< Questa convivenza di modernizzazione apparente e residuati socio-culturali del passato, crive Saraceno, è il terreno di coltura comune dell’ assistenzialismo, della corruzione e della piccola e grande criminalita’. La criminalita’ ha assunto dimensioni economiche cosi’ rilevanti e si manifesta in episodi cosi’ vistosi e terribili da determinare l’ immagine che il Mezzogiorno propone di sè, oscurando l’ impegno di quelli che, anche nel Mezzogiorno, partecipano alla vita economica, sociale e politica ispirandosi <<ai principi della civile convivenza>>, dello Stato di diritto, del rispetto della morale e della legge>>. Saraceno sottolinea la penosa condizione d’ isolamento in cui è costretto ad operare chi si ispira al bene pubblico e non al’ interesse privato : un’ isolamento determinato dal potere di intimidazione e di corruzione dell criminalita’, dalla dissoluzione del meridionalismo politico , dalla paralisi decisionale ed operativa dello Stato. << Quel potere è stato tradizionalmente alimentato e continua ad essere alimentato , tuttora, dal condizionamento che esso è in grado di esercitare sulle decisioni politiche relative ad appalti, commesse, concessioni, assunzioni e prestazioni di varia natura>>. Ma il rapporto tra criminalita’ e politica è solo la punta piu’ estrema e pericolosa della rete di rapporti che nel Mezzogiorno intercorrono tra gestione delle risorse pubbliche e interessi privatistici. Saraceno, che ha sempre insistito sulla necessita’ dell’ intervento straordinario e che ha sempre cercato di far capire che il vero problema è nell’ uso che di questo strumento viene fatto, ha visto che col passare degli anni esso è diventato preda di famelici appetiti e fonte esso stesso di clientelismo e corruttela. Intorno alla spesa pubblica nel Mezzogiono, egli afferma, si è costituito un nuovo blocco sociale, molto piu’ radicato e diffuso, e quindi molto piu’ orte, del vecchio blocco agrario. è all’ azione di questo blocco sociale che si deve il deperimento della politica meridionalistica, costituita da interventi parziali per far fronte a questa o quella emergenza << con il ricorso sempre piu’ frequente a procedure e strumenti speciali e derogatori>>. In queste parole c’è la piena consapevolezza, come possiamo testimoniare, della rapina e del saccheggio della pubblica ricchezza da parte di forze neofeudali che nulla hanno a ch fare con autentiche forze produttive, ma sono soltanto i residui << di un passato lazzaronesco e feudale>> e di << residui socio-culturali>>. Quando denunciava procedure e strumenti derogatori o l’ uso distorto delle risorse, Saraceno si riferiva a quelle cattedali nel deserto consapevolmente destinate alla rottamazione e che costarono al pubblico erario somme che avrebbero potuto salvare l’ infanzia di interi paei sottosviluppati, pensava a tutte quelle risorse impegnate in faraonici megaprogetti, pensava alle grandi dighe inutili, ai giganteschi ed inefficienti impianti di depurazione, alle rovinose cementificazioni di argini , agli infiniti lavori pubblici i cui progetti non furono mai valutati e spesso anche non approvati formalmente, ma eseguiti con la piu’ spietata devastazione dell’ ambiente e con spreco immenso di denaro pubblico. Tuttavia la conclusione alla quale perveniva era tuttaltro che il disarmo morale e la resa di fronte all’ ineluttabile degenerazione Piuttosto, era improntata alla necesita’ di riconfermare il proprio impegno di lotta civile : << ritornare ad una politica per il Mezzogiorno ispirata allo sviluppo e non all’ assistenza, alla netta separazione anzicchè alla confusione tra potere politico e rsponsabilita’ gestionale , significherebbe battere il blocco sociale e dar vita ad un nuovo blocco sociale orientato al progresso. Ecco che in questa affermazione emerge la ferrea volota’ dell’ uomo di Stato che pensa ad una vera e propria rivoluzione , in continuita’ con quella unitaria del Risorgimento, per eliminare dalla scena italiana quel <<blocco sociale>> che Gorgio Ruffolo ha definito <<i nuovi briganti>> e fare avanzare il pogresso economico e civile dell’ intera Nazione. Nazione la nostra che, per dimensioni demografiche e economica e per tradizione culturale , andrebbe ascritta nel novero delle grandi nazioni europee : solo che ne avesse al pari delle altre dignita’ ed orgoglio>>. Bisogna intendere bene la concezione che aveva Saraceno del blocco sociale che soffoca lo sviluppo civile del Mezzogiorno, perchè è a partire da questa concezione che il suo meridionalismo si differenzia sia da quello di Savemini, sia da quello di Gramsci. Il blocco sociale regressivo non è piu’, per Saraceno, quello industriale-agrario , al quale si sarebbero dovuti opporre i contadini meridionali o l’ alleanza tra contadini del Sud ed il proletariato industriale del Nord. Il nuovo locco sociale regressivo è il coacervo di forze di varia provenienza sociale, che è cresciuto come un cancro alimentandosi della spesa pubblica. Percio’ il meridionalismo di Saraceno non poteva essere quello di Salvemini , il quale puntando esclusivamente su di una supposta funzione rivoluzionaria dei contadini meridionali e dell’ autonomia del Mezzogiorno, nel quadro di un’ esasperato federalismo dottrinario, finiva, al di la’ delle intenzioni, per contrapporre il Sud al Nord del Paese. L’alternativa, quindi, non è nella lotta di classe dei contadini e degli operai contro il blocco indistriale-agrario, ma la lotta dello Stato e della giurisdizione contro i robusti <<residui feudali>>, cioè contro quei predoni , contro quella borghesia tradizionalmente parassitaria che ha rifiutato il ruolo di protagonista nell’ industrializzazione del Mezzogiorno e che al di fuori di ogni logica di classe ha perseguito una sola mira : il saccheggio del pubblico erario attraverso quelle procedure distorte e quegli strumnti illegali e quelle “programmazioni” finalizzate agli interessi della violenza privata che il blocco sociale ha imposto di continuo al potere legislativo ed al potere esecutvo dello Stato. La vera natura della contraddizione esistente nel Mezzogiorno d’Italia non è una contraddizione di classe : il vero scontro è quello tra il potente, implacabile e spietato blocco sociale e lo Stato, tra la cultura mafiosa, cioè tra la cultura del non Stato , e la vera cultura che è quella delle Istituzioni. Il vero obiettivo del blocco sociale non è lo sfruttamento del lavoro dei contadini e degli operai , ma il saccheggio del pubblico erario attraverso procedure distorte e deroghe legislative e la riduzione a plebe, a mafia e camorra, di una parte delle nuove generazioni. Viene cosi’ impedita nel Mezzogiorno ogni possibilita’ di via democratica e soffocato il respiro e l’ affermazione dello Stato moderno. La violenza privata costringe a vivere intere popolazioni nella cultura del degrado, in una realta’ urbanistica che è l’ immagine palpabile della cultura del blocco-sociale e del trionfo della pratica mafiosa e camorristica. Un’ intero popolo è stato costretto ad emigrare in tutte le direzioni e a vivere una situazione precaria di poverta’ o di semipoverta’ poverta’ perchè qualunque provvidenza dello Stato, qualunque risorsa degli enti pubblici viene rapinata e saccheggiata dal blocco sociale che impone la cultura del degrado, che abbassa ogni tentativo di cultura alla sub-cultura del privato, che costruisce pessime ed nutili opere pubbliche, riuscendo a strappare allo Stato ed agli enti pubblici la programmazione e la direzione dei lavori pubblici e dei collaudi , in un degrado generale delle strutture scolastiche, ospedaliere, universitarie, che usa la camorra per incendiare e far saltare le opere pubbliche. Il blocco-sociale abbassa il livello morale della societa’ civile, si espande su utto il paese ed allunga gli artigli sulle grandi opere pubbliche dell’ intero territorio, sulle costruzioni ferroviarie, sulle canalizzazioni dei fiumi, provoca gli incendi dei boschi, costruisce con denaro pubblico immensi stabilimenti industriali destinati sin dall’ inizo alla rottamazione e fa tera bruciata di ogni risorsa e tutto saccheggia, vivendo non degli ideali della cultura, ma dell’ ideale << di un’allegra giornata di saheggio>> Di questo blocco-sociale fa parte a pieno titolo quella borghesia a cui lo Stato aveva offerto larghissime risorse per l’ industrializzazione e lo sviluppo dl Mezzogiorno , e che quelle larghissime risorse ha invece saccheggiato nel modo piu’ empio costruendo grandi cattedrali nel deserto destinate, gia prima della nascita, alla rottamazione secondo una squallida e criminale logica del saccheggio del pubblico erario. Quella borghesia ha rifiutato il ruolo di protagonista dello sviluppo offertole dalle leggi dello Stato , ma si è radicata tenacemente nelle fila parassitarie del blocco-sociale. Saraceno comprese che le famiglie della piuccola borghesia e gli intellettuali che si rifiutavano con sdegno di entrare a far parte del gioco parassitario , o che non riuscivano a conquistare una posizione di privilegio nll’ anarchia imposta dai nuovi predoni , venivano ridotti in condizione precaria ai limiti della poverta’ addirittura in ua disperata codizione quotidiana che impdisce ogni realizzazione di vita democratica, ogni vita civile, ogni inclinazione professionale autentica , e costringe le migliori intelligenze alla fuga verso gli Stati Uniti , in Inghilterra, in Francia, in Svezia, ovunque pur di sfuggire ad una vita di stenti ed alle inimmaginabili pesanti ed umilianti difficolta’ in patria. Cosi’ si fiacca e si perde virtu’ nazionale!. Vogliamo infine ricordare che al centro del programma civile di Pasquale Saraceno c’era lo sviuppo della ricerca scientifica e la formazione culturale e civile delle nuove generazioni. In questo programma lungimirante ma reso concreto con ferma deterinazione si colloca la creazione dello SVIMEZ, del FORMEZ, dell’ IFAP,del CSEI e l’avvio di tanti studi e riviste economiche. Nell’ attuazione di questo programma Saraceno coinvolge il ministero del Mezzogiorno, l’ IRI. La ricerca e la formazione delle giovani generazioni son la base di tutto il programma civile di Pasquale Saraceno e possiamo ben a ragione affermare che anch quest’ ansia e questa sollectudine per i problemi dell’ educazione lo legano alla tradizione che passa attraverso tutti i grandi pensatori meridionali. Negli ultimi anni della sua vita si puo’ leggere in Pasqale Saraceno la preoccupazione dell’ appassire del sentimento di unta’ nazionale , per il diffondersi al posto di quel sentimento , di un rumoroso populismo dialettale che reclama, in nome di interessi e culture locali, la liquidazione fallimentare della nostra storia unitaria, ed aggiungiamo noi , della virtu’ nazionale. Una denuncia dell’ involgarimento della societa’ civile , del degrado del costume e della morale , della perdita del sentimento dell’ unita’ nazionale. Contro questa liquidazione fallimentare Saraceno rivendicava con forza la validita’ della storia unitaria , e lo faceva con una significativa apertura sull’ orizzonte europeo , che peraltro è stato sempre ben presente nella sua riflessione. Perquanto travagliata e contraddittoria , per quanto oggi possa apparire bloccata e sotto la minaccia di un’ involuzione , la storia unitaria dell’ Italia- egli affermava- non è stata un fallimento, perchè ha condotto all’ integrazione con la modernita’ e con l’ Europa. Percio’ se vogliamo che il lungo itinerario dell’ integrazione con la modernita’ e l’Europa non resti interrotto , o addirittura non s’ inverta , la nostra storia deve continuare ad essere unitaria. Cio’ non significa che lo Stato debba essere centralistico. Signifia invece che lo sviluppo delle autonomie ‘ in continuita’ con la grande tradizione del pensiero federalista , deve essere strumento di coesione , e non di dissoluzione , della comunita’ nazionale. La nostr storia deve continuar ad essere unitaria perchè il Mezzogiorno non potra’ integrarsi con l’ Europa senza l’ apporto di risorse, di iniziative, e di cultura del Nord , ma anche perchè l’ importanza del ruolo e delle opportunita’ che al Nord potranno aprirsi in Europa sara’ commisurata , oltre che al livello di sviluppo materiale raggiunto nel ristretto ambito regionale , all’ impegno consapevole che lo stesso Nord sapra’ assumere di regione leader del progresso economico e civile dell’ intera nazione. è questa l’ eredita’ che ci ha tramandato Pasquale Saraceno : operare per il riscatto economico e civile del Mezzogiorno difendendo e dando nuovo vigore alle antiche radici culturali che lo uniscono all’ Italia ed all’ Europa. Tratto da varia fonti. Piero errari segretario regionale del Nuovo Partito D’Azion della Calabria e della Basilicata
Febbraio 2, 2009 at 4:24 pm
Segnalo, un saggio interessante sulla formazione di Pasquale Saraceno:
http://www.elitestoria.it/Bonuglia.pdf